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Trailer
trailer di Dario Sajeva
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Spazio luci e regia: Cesare Ronconi.
Parole: Mariangela Gualtieri.
Con: Susanna Dimitri e Mila Vanzini e la partecipazione di Leonardo Delogu.
Costumi e oggetti di scena: Patrizia Izzo.
Suono: Luca Fusconi.
Macchinista: Stefano Cortesi.
Fondali pittorici: Luciana Ronconi.
Costruzioni in legno: Maurizio Bertoni.
Assistente alla regia: Serenella Martufi.
Organizzazione: Giulia Caporusso.
Logistica: Valentina Baruzzi.
Amministrazione: Morena Cecchetti.
Consulenza amministrativa: Cronopios.
Foto di Scena: Rolando Paolo Guerzoni.
Prodotto da Teatro Valdoca in collaborazione con Teatro Bonci di Cesena.
Con il contributo di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia Romagna, Provincia di Forlì-Cesena e Comune di Cesena.
La prima versione dello spettacolo (1983) è stata ideata da Mariangela Gualtieri, Paola Trombin, Cesare Ronconi
e prodotta dal Teatro Valdoca e dal Centro Teatrale S. Geminiano di Modena.
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Lo spazio della quiete
Cesare Ronconi riprende lo spettacolo d’esordio del Teatro Valdoca e lo riscrive. Ad una prima parte che quasi fedelmente richiama la versione originale, se ne aggiunge una seconda, creaturale, panica, ed una terza, di poesia pensante, riflessiva, misteriosa e savia.
Due figure femminili abitano una scena in cui fisica e metafisica smarginano una nell’altra. Le due donne misurano, sondano, percorrono con cautela lo spazio che la loro presenza alleggerisce e dilata. Come vestali a venire, conducono in scena un corpo, dormiente, forse, o dissepolto e lo interrogano. Il corpo risponde e ammaestra.
“Il nostro teatro è cominciato 26 anni fa con un atto contemplativo.
Era Lo Spazio della Quiete. Non avevamo nulla, non eravamo nulla.
Cesare ed io avevamo appena sciolto il composito gruppo precedente e ci sentivamo finiti. Non sapevamo che invece la nostra avventura artistica e conoscitiva cominciava per davvero in quell’ascolto teso, in quel tempo lentissimo e silenzioso, dentro la saletta nella quale ancora oggi lavoriamo.
Lo spettacolo poi girò l’Europa, accolto con entusiasmo, guardato con stupore, per quel suo stare a metà fra danza, teatro, performance, meditazione, paesaggio d’anima, natura, geometria, arte, preghiera.
Erano anni in cui alcuni gruppi di nuovo teatro cominciavano ad usare grandi volumi di suono, complessi impianti scenografici, altri seguivano le piste del Terzo Teatro.
Lo Spazio della Quiete si svolgeva in silenzio, con una scena poverissima ed essenziale. Era anacronistico ed emozionante.
Qualcuno dice che nel silenzio si accumula potenza. Noi, senza saperlo, abbiamo scritto lì il nostro alfabeto. Abbiamo fondato il nostro teatro, la nostra lingua.
Se oggi lo riprendiamo non è per spirito museografico. Tornare alle proprie radici è a volte un atto necessario, di ordine interiore, di sacra spoliazione.
Ma ecco che le nostre radici nel frattempo hanno viaggiato con noi, accanto a noi, e anch’esse sono, come noi, cambiate. (Ancora una volta il nostro teatro ribadisce la propria predilezione per la parola ‘adesso’, la propria devozione al presente). Dunque questo nuovo Spazio della Quiete si nutre della prima mitica versione, e a quella intreccia i cordami, le venature di ciò che è nato dopo. Le due figure femminili allora mute, ora, a ventisei anni da quel silenzio, parlano. Lo fanno piano piano, come chi ha taciuto a lungo. E portano in scena una terza presenza, un corpo maschile che giace, che sa, che pare essere stato, anch’esso per anni, dentro un sonno, allattato con gli alfabeti del mondo, dissepolto da una fossa visitata dai savi. A quel corpo le due figurette pongono precise domande: è vero che la parola non è invenzione umana? è vero che la parola canta e sostiene l’universo? E’ vero…? E’ vero…?
Il testo prende il passo di poesia pensante, e si accoccola attorno al tema della parola, al furore e all’amore per questa espressione umana e sovrumana. La figura maschile, prima di reclinarsi in un nuovo sonno, pronuncia con dolcezza il proprio non sapere, il proprio sapere d’amore e in quello si conficca.
Delle nostre due anime teatrali, una furiosa e dolente, l’altra quieta, favolistica e contemplativa, siamo qui pienamente immersi nella seconda. Lì dove, appunto, siamo nati. Qui ci ristoriamo e raccogliamo le forze, prima della prossima grande avventura che ci attende”. M.G.
Foto di Rolando Paolo Guerzoni.
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